“OLGA DI CARTA”: LEGGERE…PER CRESCERE!

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All’inizio del secondo quadrimestre del corrente anno scolastico, la nostra professoressa di Italiano ci ha coinvolti in un Progetto Lettura delle classi seconde intitolato “Incontro con l’autore”, che ci ha molto entusiasmati! Divisi in gruppi, sia a casa che a scuola, abbiamo letto il libro “ Olga di Carta ” di Elisabetta Gnone, scelto da noi ragazzi tra quelli proposti dall’ Associazione “La Strada di Achille”. Numerosi ed interessanti, nonché spontanei, sono stati i lavori di approfondimento e commento ad alcune pagine o frasi emblematiche del testo. L’esperienza, vissuta insieme anche al di fuori del contesto scolastico, ci ha permesso di condividere non solo il nostro tempo, ma anche le nostre idee, le nostre riflessioni e la nostra allegria. Una modalità di lavoro originale e alternativa, a nostro parere, quella del “circolo di lettura”, che ha costituito la chiave di volta del successo del Progetto tra noi studenti, permettendoci di socializzare e di condividere un tempo scuola fuori da essa, nella prospettiva comune di apprezzare una sana e piacevole lettura, quella appunto di “Olga Di Carta”. “Suscitare nei ragazzi la passione per la lettura !”… una frase che spesso sentiamo pronunciare, ma non sempre di facile attuazione, di cui ora abbiamo capito il senso…

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…la metafora della vita… Olga in quella bambina sua omonima vede se stessa: la bambina di carta che vuole diventare carne ed ossa, ossia reale.

E’ il ritratto di ogni bambina fragile dentro, magari non “ popolare”, che vuole diventare perfetta e normale come gli altri…ma la “normalità” non esiste!…( Silvia M. )

…un testo che ha come significato nascosto il viaggio interiore di una bambina in rapporto alla sua diversità…( Maria G. )

…si potrebbe sottovalutare il libro riducendolo a un libro per bambini, in realtà ”Olga di carta” è ricco di spunti di riflessione… sull’accettazione di sé nel dibattito tra normalità e diversità…un libro appassionante…( Silvia M. )

…. è un libro molto originale, tratta un tema attuale che spesso viene sottovalutato, che può essere percepito da molti punti di vista, che possono essere negativi ma anche positivi; dentro di me ha avuto un successo che nessun altro libro aveva avuto, che mi ha spinta a continuare la lettura sempre con più passione !!!… ( Matilde M . )

…la parola chiave del romanzo è la diversità…E se poi ci si pensa bene, la diversità è un modo per essere unici, per essere alternativi, per distinguersi; non va presa come un difetto ma come un pregio, fortunati di avere… (   Matilde M . )

… l’autrice è stata in grado di saper trattare l’argomento in modo tale che la sensibilità di ognuno lo percepisse in modo differente… ( Matilde M . )

…noi abbiamo apprezzato la lettura come mezzo per crescere, dunque il Progetto è andato a buon fine, poiché ci siamo appassionati tutti a questo testo, di cui aspettiamo impazienti un secondo volume!   ( Irene C.)

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CLASSE 2 A     –   Lorenzini

Vedi anche la pagina del progetto “Libri nella Rete

Libri nella Rete. Nativi digitali e giovani lettori tra pagine reali e virtuali.

Sono uscita da casa per tre mattine consecutive portando con me, sulle spalle, due borse gonfie di libri, riviste e fogli. Camminando a piedi o guidando la macchina sono arrivata così davanti al cancello dell’istituto “Lorenzini” immaginando aule e volti, voci e mani dei giovanissimi che mi aspettavano. Per me è stata una prima volta, e come ogni prima volta, l’ansia e l’agitazione si mischiano alla curiosità e alla voglia di provare. Una prima volta che mi ha visto parlare del mio lavoro, quello da giornalista, di fronte a ragazzine e ragazzini della II media. Una sconosciuta tra una ventina di studenti dalle mille capigliature diverse e dalle felpe stropicciate. Ero lì per raccontare storie. Vere. Innescando un meccanismo per cui la finzione entra nella realtà e a suo modo sa parlare anche di fatti veri, in un percorso di rimandi e collegamenti in cui il viaggio della bambina di carta protagonista di “Olga di Carta” diventa, o può diventare, anche il viaggio dei bambini che per qualche motivo lasciano la propria casa e le proprie sicurezze. Oppure le visioni di romanzi, cosiddetti distopici, come “La fine del cerchio” sono anche i paesaggi spettrali e disumani di questo mondo, e hanno un nome, si chiamano Vajont o Chernobyl o Fukushima. Abbiamo conosciuto le parole della cronista Tina Merlin e guardato le foto delle barche e dei salvagenti arancioni dei migranti pubblicati da riviste internazionali. Siamo partiti dalla penna creativa degli scrittori per arrivare a raccontare storie attraverso gli occhi e la scrittura di giornalisti e fotoreporter. Dalla fantasia all’attualità. Poi dagli altri a noi. Ricordando le cinque “w” e divisi in piccoli gruppi, davanti ad un pc, nella sala d’informatica, abbiamo provato insieme a comunicare qualcosa ad un ipotetico nostro lettore, come in una redazione dove occorre, spesso in poco tempo, “riportare a casa l’osso”. Così sono nate queste recensioni e questi brevi articoli, tra consultazioni, tentativi e divergenze. A modo loro hanno pensato, riflettuto, condiviso idee e scritto parole. A modo loro hanno cercato e selezionato immagini e frasi. A modo loro hanno “riportato l’osso”. Grazie ragazzi!

Carla Troiani

La strada di Achille

 

Libri nella Rete è un progetto rivolto alle scuole secondarie di primo grado e prevede un incontro con i genitori e gli insegnanti e due con gli alunni. Il primo incontro cerca di coinvolgere attivamente nel progetto le figure educative più presenti nella vita dei ragazzi, e vuol essere un momento anche di scambio e condivisione. L’incontro con i ragazzi invece si propone di fargli conoscere alcuni libri scelti per loro e soprattutto di discutere di libri in generale. Parte di questo incontro si svolge nell’aula di informatica, trasformata per l’occasione un in una vera e propria redazione giornalistica grazie alla giornalista Carla Troiani, la quale guida la classe nella scrittura di recensioni del libro su cui hanno lavorato con l’insegnante. Questi scritti vengono successivamente raccolti, revisionati e pubblicati in questo blog per fare in modo che i ragazzi abbiano un riscontro concreto del loro lavoro. Il progetto prevede infine che i ragazzi incontrino l’autore su cui si sono maggiormente soffermati.

Sabrina Vesprini

La strada di Achille

I lavori dei ragazzi sono pubblicati e si possono leggere nella pagina del progetto!!

Alla Festa del Libro per Ragazzi – II edizione mercoledì 13 aprile ospite Wu Ming: leggi qui cosa scrivono i ragazzi.

 

Finalmente ci siamo

Finalmente ci siamo. E’ iniziata la Festa del Libro per Ragazzi: un momento di formazione, di divertimento, di riflessione insieme. Ma la Festa non è solo questo, non è solo la possibilità di incontrare editori, esperti del libro per bambini e ragazzi, scrittori famosi. Non è semplicemente l’occasione di fare laboratori e di confrontarsi con altri appassionati come noi. Eppure, forse, potrebbe bastare questo per farne un evento degno di nota. No, è molto molto di più.

È il punto in cui vanno a convogliare le idee e le forze che abbiamo messo in campo sul territorio da un anno a questa parte. È la mostra per il Silent Book Contest, sono gli incontri con gli autori per ragazzi avvenuti a febbraio, sono i gruppi di lettura, quello con le insegnanti e quello con i ragazzi, sono le letture di Nati per Leggere, sono i percorsi di formazione attivati a Corte Bettini nella sede de La strada di Achille e nelle scuole e sono i progetti svolti con i bambini e i ragazzi con LibriManifesti e Libri nella Rete. Fino ad ora siamo andati noi a trovare nelle classi gli studenti, portando loro valige di libri e tanta passione. Ora loro vengono al Teatro Valeria Moriconi a conoscere gli scrittori su cui hanno lavorato, pronti a sommergerli di domande e ad ascoltare chi fino ad ora sembrava solo una confusa e lontana immagine, un nome su una copertina. Abbiamo iniziato con Silvia Roncaglia e Sebastiano Ruiz Mignone, per i quali sarebbe forse difficile fare una lista di tutti i libri che hanno scritto, ma di cui citeremmo almeno il divertentissimo Dentin dentoni, scritto a quattro mani, Cuori d’ombra e Il meraviglioso mondo di Alice di Silvia Roncaglia, l’albo illustrato La piccola grande guerra di Sebastiano Ruiz Mignone. Avremo il piacere di ospitare Emanuela Bussolati, a cui si devono libri rivoluzionari come Tararì Tararera, belle illustrazioni e interessanti collane. Successivamente arriveranno Wu Ming, i quali hanno riscosso un enorme successo nell’ultimo biennio della scuola primaria e tra le classi della scuola secondaria di primo grado. Infine avremo la fortuna di accogliere Gek Tessaro, il quale, in occasione della Festa, condurrà un laboratorio per adulti e porterà in teatro il suo spettacolo Il circo delle nuvole.

Arriveranno inoltre professionisti come Maria Beatrice Masella, insegnante e pedagogista, che dal 2006 ad oggi ha pubblicato romanzi e storie per tutte le età a partire dai 3 anni, Monica Martinelli di Settenove, la prima casa editrice italiana interamente dedicata alla prevenzione della discriminazione e violenza di genere, Francesca Ciampichetti, responsabile della sezione ragazzi della Biblioteca Comunale di Jesi, che parlerà del rapporto dei bambini con le poesie e le emozioni.

Per non parlare delle letture e dei laboratori quotidiani, delle feste e delle attività in piazza con altrettante realtà operanti nel territorio.

Bambini, ragazzi, adulti, a questo punto, dopo la bellissima festa di ieri dedicata alla Pimpa non aspettiamo altro che vedervi arrivare per prendere posto e rendere ancora vivi questi spazi che attendono solo voi.

 

La strada di Achille

CUORI D’OMBRA. Silvia Roncaglia a Jesi per la Festa del Libro per Ragazzi – II edizione

ed-7dfadb69e7fd0353a9a934a4fa9a2a1cSiamo nella Germania nazista  alle  fine del’43.  Jacob,  Anita  e  Sarah  Goldman,  una famiglia ebrea  di  Berlino,  vittima delle persecuzioni anti semite del regime di Hitler, vengono internati a Terezin, una città fortificata ad una cinquantina di chilometri da Praga. Inizialmente, come  molti altri ebrei tedeschi, credono  che  si tratti di  privilegio e s’illudono che  Terezin sia davvero “la  città  donata  da  Hitler  agli  ebrei, una zona autonoma di insediamento ebraico dove poter vivere in pace, dotata addirittura di terme!”. Purtroppo la realtà è drammaticamente  un’altra e lo comprendono appena arrivati, “con il cuore pesante come  piombo”, in quanto    vengono  subito  interrogati  dalle  SS,  minuziosamente perquisiti fino alle lacrime e privati di ogni oggetto di valore. Terezin si rivela infatti un lager di  passaggio  che li  condurrà  poi  ai  campi  di sterminio.  Qui la  sedicenne  Sarah  Goldman affronta  quotidianamente, come  tutti  gli  altri,    la  durezza  del  lavoro,  la  terribile  fame  e  le malattie. Nonostante  ciò, “con dolcezza  testarda”, la bella Sarah, secca come un filo di ferro, riesce ad andare avanti: trova  un’amica, Helga, suona  il violino, frequenta la Casa delle  Giovani  dove  studia  di  nascosto  e,  come  ogni  adolescente,  continua a sperare e a sognare. Conosce così l’amore, ma un amore drammatico, perché il giovane Franz, che lei ama è  un  nazista, ovvero “il  nemico”. Cosi  la  ragazza ebrea e il giovane  nazista sono costretti a vivere una storia segreta e proibita, intensa  ed amara al tempo stesso, ovvero un amore fatto più d’ombra che di luce, come recita  il  titolo  stesso del romanzo. Si incontrano di nascosto, di notte, nella stanza di Franz o nell’ infermeria; lui le porta sempre qualcosa da mangiare che lei divora avidamente in un attimo; fanno l’amore e si tengono stretti  stretti,  donandosi  reciproca  forza.  Ma  alla  fine vengono  scoperti  dal  malvagio nazista Kurt e Franz capisce che esiste una sola via di salvezza: prima  strangola Sarah, con  le  stesse  mani  che l’hanno amata  poi  si  spara,  ponendo  così  fine “al  loro  strano  e disperato  amore,  quell’amore  che  è  come  un  fiume  notturno,  interminabile  e  lento,  che scivola nel buio”. Il  romanzo,  come  tanti altri  simili,  dal  Diario di  Anna  Frank a Il bambino  con il  pigiama  a righe di Boyne, ci pone dinnanzi al dramma dell’Olocausto,   ovvero del genocidio perpetrato dalla Germania nazista e dai suoi alleati nei confronti degli ebrei d’Europa, uno sterminio che causò in pochi anni la morte di circa  5-6 milioni di ebrei, di ogni sesso ed età.

In  molte  pagine  si rimane  smarriti  di  fronte  alla  spietatezza  nazista,  come  quando  Sarah incontra  per  un attimo  il  padre  che,  con rassegnazione, le dice di  esser  diventato  molto abile nel frugare nei rifiuti, riuscendo così a cibarsi di bucce di patata o di rape andate a male; o come quando Sarah ed Helga trascorrono le notti sussurrando al buio e grattando i loro corpi devastati dalle cimici. Su tutto e tutti aleggia odore di morte, che nasce dalle epidemie di tifo, dalla fame straziante fino ai topi, alle pulci e ai pidocchi che tormentano i corpi.

Il libro mostra innanzitutto la tenacia della giovane Sarah che, in una realtà tanto avversa, e ridotta  a pelle  ed  ossa,   tenta  di  avere  una  vita  normale,  quella  che  ogni  adolescente meriterebbe, fino ad osare di amare “il nemico, ovviamente  all’ombra della follia nazista”. Da  qui  il  titolo,  potentissimo,  che  mette  il  risalto  l’impossibilità  di  un  amore  sereno  e tranquillo,  da  poter  vivere  alla  luce  del  sole,  ma  la  necessità  di  occultare  il  più  possibile sensazioni ed emozioni. Colpiscono lo scavo psicologico dei personaggi e l’accurata analisi dei loro comportamenti nel  vivere  una  storia  intensa  e  dolorosa  al  tempo  stesso,  dal timore  iniziale,  nella consapevolezza  di  essere “lui  il  guardiano  e  lei  la  prigioniera”, fino  al  tragico  e  sofferto epilogo.

Oltre  all’ amore, emerge  anche  il  sentimento  di amicizia  fra  Sarah  ed  Helga:  quasi sorridiamo, ma amaramente, quando Helga dona a Sarah un finocchio fresco  rubato per lei la  mattina  nell’orto,  finocchio  che  mangiano  poi insieme  al  buio,  lentamente,  per farlo durare il più a lungo possibile! Ma rimaniamo poi delusi quando, di fronte alla confessione di amare  Franz, Helga toglie a Sarah il saluto e la parola, perché Franz resta pur sempre  “un  nazista,  un  terribile  aguzzino  della  razza  ebrea”. Fino  alla  loro  tragica  separazione quando, dopo essersi riconciliate, Helga viene portata via, sola e malata, da uno dei tanti “treni  per  l’Est” che  deportano    quotidianamente  i  miseri  ebrei  di  Terezin  verso la morte certa dei campi di sterminio.

Gli  autori,  con  grande  forza  narrativa,  mettono anche in evidenza  la  tenacia  degli  ebrei deportati  a  Terezin,  la  loro  compostezza,  nonostante  la  brodaglia  del  pranzo,  il  letto infestato  dalle  cimici,  i  lavori  forzati  in  mezzo  alla  neve  e  le  malattie  come  tifo,  epatite, tubercolosi,  che  li  sterminano  in  migliaia.  Soprattutto  colpisce  la  loro  fede  in  un  futuro possibile, nonostante la desolazione del presente e le disumane condizioni di vita.

E’ una narrazione  delicata  ed  emozionante,  che  porta  con  sé un forte  messaggio  di speranza  e  che  ci  invita  a  non  dimenticare  mai  le  atrocità  del  passato. In  un  contesto storico  allucinante,  impregnato  dell’ “odore  della  morte”, gli  autori  riescono  a  creare  un’intensa  storia  d’amore,  dedicata  a  tutti  gli  innamorati  che  osano  amare  nonostante  tutto, perché “l’amore è la capacità di avvertire il simile nel dissimile”.

Nicolò Lorenzetti III A scuola media “Lorenzini”


Il libro è stato scritto da Silvia Roncaglia e Antonio Ferrara; la casa editrice è la Salani Editore; è un romanzo storico composto da 154 pagine.
Il romanzo racconta la storia di una famiglia ebrea, i Godman, che dopo essere stati perseguitati dalla guerra e dalle leggi razziali vengono internati a Terezin, una città fortificata ad una cinquantina di chilometri da Praga, dove gli Ebrei muoiono e vengono deportati con periodici treni ad Auschwitz, mentre si cerca di dare l’ illusione di una nuova patria ebraica.
Essendo i Godman degli Ebrei tedeschi ricchi si illudono, come tante altre famiglie, di andare a vivere in una città interamente ebraica, donata da Hitler per la loro razza come un trattamento privilegiato.
Purtroppo infatti la realtà è ben diversa: quella città tanto bella non è altro che un ghetto-lager, un’ anticamera per i campi di concentramento.
In un ambiente così rude, Sarah, la giovane figlia dei Godman viene separata dalla sua famiglia e si ritrova sola fra scene quotidiane orrende, malattie e privazioni.
Nonostante tutto cerca di crearsi una vita normale, anche in un simile ambiente, suonando il suo violino, parlando con un’amica, continuando a sognare, conoscendo l’amore.
Ecco … proprio l’ amore. Un amore strano e tormentato con un giovane delle SS, Franz: il nemico!
I due cercano di amarsi, pur trovandosi in posizioni opposte di pensiero, in un mondo dove domina l’odio. Vivono un amore fatto più di ombra che di luce, più di paura che di tranquillità, più di speranza che di dispiacere.
Il libro affronta diversi temi, ma tra tutti protagonista è l’amore contrastato ed impossibile su uno sfondo di dolore e disperazione.
Il tema dunque che sopra a tutti domina l’ intera vicenda e scandisce il tempo di vita delle persone internate e dei protagonisti è l’Olocausto, ossia la persecuzione degli Ebrei; ne consegue la violenza, l’ inganno, il disprezzo, l’ arroganza nei confronti di persone considerate di razza inferiore.
“Cuori d’ombra” è infatti una buona fonte di raffronto fra la società odierna dove il benessere abbonda e la condizione da sfollati di quel periodo. Visto che anche gli Ebrei, prima di essere internati vivevano agiatamente e sono andati a finire in estrema povertà, con massima velocità; potrebbe succedere anche a noi, se ci trovassimo con persone potenti che ci odiano e auspicano alla nostra fine. E’ perciò un tema che pur se sembra lontano e irraggiungibile si può verificare in qualsiasi epoca storica, persino nel piccolo della vita quotidiana quando sei mal visto ed invidiato.
Un episodio interessante del libro che mi è rimasto impresso e terrei a citare è l’arrivo della Croce Rossa al campo di Terezin. Essa avrebbe dovuto controllare lo stato in cui venivano tenuti gli Ebrei. Naturalmente i soldati tedeschi montarono per l’occasione scivoli, giochi per i più piccoli, negozi, locali, teatri, spettacoli per mostrare al mondo la bellezza della città. Gli Ebrei dovevano recitare la parte dei cittadini felici pena la morte se si sarebbero ribellati.
Quando la Croce Rossa arrivò tutto funzionò alla perfezione, sembrava di girare un film, ognuno aveva una parte. Peccato anche che la verità non venne a galla e la Croce Rossa se ne andò convita del buon livello di vita nel campo.
Alcuni Ebrei che cercavano di boicottare l’incontro furono fucilati e rimasero solo i commenti isolati di qualche adulto: “Forse siamo dei vigliacchi. Stiamo collaborando con i Tedeschi. Nessuno scoprirà mai la verità!”. Ma immediatamente qualche altra voce sussurrava: “Dobbiamo farlo per i bambini, per proteggerli …”. E’ proprio su questo concetto che si basa l’intero romanzo: la speranza, la speranza che tutti gli Ebrei di Terazin avevano fino alla fine. Quella speranza di salvezza che li ha portati ad essere impotenti, a subire senza reagire. Purtroppo quel sentimento di protezione verso i bambini fu proprio la loro rovina.
E’ quindi un episodio che mi è rimasto impresso negativamente come un gesto di complicità da parte delle vittime con il carnefice! Potevano in qualche modo ribellarsi, in fondo non avevano nulla da perdere, il posto dove alloggiavano assomigliava di più a un porcile che a un insediamento umano.
Purtroppo la speranza, quel sentimento di sopravvivenza, in qualche modo perseverava nei loro animi. Non dico che la speranza sia negativa, tutt’altro ma dovrebbe essere usata come il motore per azionare l’ obbiettivo da raggiungere: la libertà. Ma quest’ultima in un ambiente del genere sarebbe potuta scaturire solo grazie all’azione, alla ribellione. Un po’ come accadde nell’ antica Roma quando Spartaco, gladiatore e schiavo, decise con un piccolo gruppo di combattenti di ribellarsi al sistema marciando verso Roma solo per la libertà, nient’altro, non il potere, solo la semplice e giusta libertà!
I personaggi principali del libro sono due: Franz e Sarah. Intorno a loro ruotano figure secondarie come Helga, l’amica di Sarah, o Kurt, lo sfacciato e spietato compagno di Franz. Entrambi, Helga e Kurt, odiano le loro corrispondenti razze opposte: lei, ebrea, detesta i tedeschi; lui, soldato delle SS odia gli Ebrei; vi sono inoltre adulti e persone disperate come Friedl, la maestra di disegno o Edith, una ragazzina di undici anni piena di paure e visioni notturne su bambini ebrei che vanno a morire caricati su quei treni.
Le caratteristiche rilevanti dei due protagonisti, non compaiono molto chiaramente come mi sarebbe piaciuto e avrei sperato. Infatti posso fare solo delle ipotesi sulle loro personalità in base alle azioni compiute. Inizialmente il loro amore mi è sembrato più di comodo, un amore in cui Franz poteva avere una bella ragazza con cui passare la notte e Sarah un uomo che le desse da mangiare. Poi con il tempo l’autrice trasforma tutto questo in un amore sfrenato e intenso, un amore che a me sembra quasi impossibile. Infatti credo che questa passione nasca anche dal fatto che entrambi i giovani si sentano schiavi del nazismo. Franz è un soldato che deve sottostare agli ordini, guai la morte. Sarah è perseguitata dal regime nazista. Entrambi cercano di vivere una vita normale, libera con l’amore. La differenza che li separa: lui è il carnefice e lei è la vittima, così almeno sembra. Ma entrambi sono tedeschi e quindi dovrebbero avere abbastanza in comune. L’autrice non si sofferma molto sulle loro personalità ma sulla storia d’amore. Secondo me questa è una mancanza, che mi avrebbe aiutato ad apprezzare di più il libro.
Inoltre il romanzo nasconde notevoli ambiguità anche nel finale quando Franz soffoca al collo Sarah e poi si uccide con un colpo di pistola. Egli infatti ha saputo che fra poco tempo sarebbero arrivati i Russi ad occupare il territorio con la conseguente liberazione degli Ebrei e l’uccisione delle SS come lui, e che nella lista per il prossimo treno in partenza per Auschwitz sarebbe comparso anche il nome di Sarah. Quindi per amore decide di ucciderla con le stesse mani che l’hanno amata, per poi togliersi anche lui la vita.
Sarah sembra aver capito le intenzioni di Franz ma l’autrice, Silvia Roncaglia, lascia sempre questo punto di domanda.
I due giovani non sembrano essersi messi d’accordo sul loro destino e Sarah assomiglia molto “a una barchetta in balia della corrente, una bambola di pezza fra le mani del nemico”, proprio usando i termini del libro. Questo particolare non mi è per niente piaciuto e ha influito maggiormente sulla mia critica al libro.
Tutte le decisioni sembrano venire da Franz visto che è lui che comanda, è lui il superiore: ma allora che genere di amore è? Sembra solo un aggrapparsi reciprocamente in una situazione disastrosa, dove la speranza fatica a rimanere a galla. E come ho già detto la speranza domina il libro e domina anche l’amore, un amore passivo da parte di entrambi, a mio parere, un sentimento che si conclude solo con la morte.
I protagonisti sono due deboli che non osano ribellarsi, ma solo amare, proprio come gli Ebrei di Terezin pensavano solo a sperare.
Amore e speranza non portano da sole la libertà, quest’ ultima bisogna conquistarla!
Persino i due protagonisti si mettono fuori gioco, forse per paura o perché troppo giovani, uccidendosi! Ma non sono degli eroi solo perché “hanno osato amare comunque” secondo il pensiero dell’autrice: sarebbero stati dei veri eroi, secondo me, se avrebbero tentato di reagire, in fondo non avevano molto da perdere.
La storia si svolge nel passato, più precisamente nella Germania del 1943.
Le parti descrittive e narrative sono equilibrate fra loro.
Il linguaggio dell’autore è molto semplice, con accenni poetici in alcune parti.
La vicenda è comunque narrata con ritmo incalzante, veloce, quasi come se si sorvolasse sopra a tutto come una nuvoletta piena di poesia a preannunciare l’ imminente tragedia, personale e non solo, che si sarebbe di lì a poco consumata.
A mio parere l’autrice ha voluto descrivere una storia d’amore nata in un ambiente dove solo l’odio era giusto. E’ questo il fulcro dell’ intera vicenda.
Se dovessi trovare un titolo alternativo al romanzo sceglierei “Terezin, la città immaginaria” proprio per sottolineare il valore storico che questa illusione ebbe per gli Ebrei durante la Seconda Guerra Mondiale!
Fiammetta Carlotta Ciattaglia III A scuola media “Lorenzini”

Sarah e la sua famiglia sono una delle tante famiglie ebree internate a Terezin con l’inganno. Appena arrivati nella città promessa da Hitler agli Ebrei la famiglia viene separata. Con molta difficoltà Sarah si abitua alla dura vita del campo. Le regole sono molte rigide, ogni singolo sgarro ha le sue conseguenze, come dimenticarsi di scendere dal marciapiede alla vista di un ufficiale. Ma questa non è solo la storia di Sarah: è anche la storia di Franz un giovane ufficiale delle SS di appena vent’anni. Quando Sarah è giunta a Terezin, Franz nota la sua bellezza, ma è consapevole che con il tempo sarebbe svanita. Invece no, Sarah, anche se pelle ed ossa, riesce a far battere intensamente il cuore del giovane ufficiale, che si accorge sempre più che quello che prova è vero amore. Come può un ufficiale nazista innamorarsi di una quindicenne ebrea appartenete ad una razza inferiore? Franz non resiste, deve vederla, deve accarezzare  i suoi cappelli; così la chiama e la porta da lui in camera sua, anche se potrebbe essere impiccato o fucilato. L’accudisce, la coccola, le dà da mangiare, poi la lascia andare.

I loro incontri clandestini si ripetono più volte e anche Sarah, sente dentro di sé sta nascendo qualcosa, ma se ne vergogna, perché a Terezin, solo l’odio e il disprezzo sono ammessi, non l’amore. Mentre la romantica storia tra i due nemici continua, Franz viene informato che il 23 giugno ‘44 la Croce Rossa Internazionale, per ordine della Danimarca, deve visitare Terezin per constatare la condizione degli Ebrei deportati. Tutti gli ufficiali sono tenuti ad impegnarsi per migliorare l’aspetto  dei detenuti e selezionare quelli troppo osceni e scandalosi per allontanarli. Vengono costruite scuole, bar e negozi, viene girato un film-documentario e a Sarh viene assegnata una parte: Terezin sembra il paradiso, ma nulla deve essere lasciato al caso. Essendo molti gli Ebrei internati, bisogna far credere che la città non sia molto affollata; così partono le famiglie, i bambini, i nonni, partono con i treni della morte, per non tornare mai più. Finalmente il 23 giugno è arrivato. Tutti i prigionieri sono stati addestrati, devono sorridere, guai a chi non sorride. I portavoce della Croce Rossa rimangono colpiti da come vengono trattati tutti i deportati e così scrivono una recensione ottima. Il piano è riuscito, tutti hanno svolto al meglio la loro parte; ma ora Terezin deve tornare il luogo macabro di sempre.

Tutto torna come prima, anche gli incontri notturni tra Sarah e Franz continuano, sanno che è rischioso, ma si incontrano. I giorni passano, la gente continua a partire e a morire.

Franz esce dal campo, vuole respirare un’aria diversa, non quella che sa di carne bruciata. Mentre osserva il fiume Ohre che scorre, Franz sente delle voci e con discrezione si orienta verso esse e scopre che chi sta parlando sono due ufficiali, due suoi compagni. Incuriosito si avvicina per ascoltare e scopre che stanno parlando di lui e di Sarah. Hanno capito tutto e stanno progettando come umiliare sia l’ebrea che l’ufficiale. Così rientra a Terezin, prende Sarah, quella ragazza che troppo in fretta è diventata una donna, l’accarezza, l’abbraccia, poi…le toglie l’aria, la vita. Ora tocca a lui, la pistola è già carica, le dita sono già sul grilletto e rimbomba il suono dello sparo.

Il romanzo mi è piaciuto, perché pur essendo storico, e trattando il tema della deportazione degli ebrei, si incentra sul tema dell’amore. Di questo romanzo mi è piaciuto particolarmente il finale:

Franz si alza, trascina gli stivali sulla terra ghiacciata, cammina nella neve con la sua donna in braccio, come una sposa. Poi cade in ginocchio. Le mette le mani attorno alla gola, come una collana. Un rantolo viene dal fondo del buio, sapore di sangue, l’aria è finita. Poi riecheggia lo sparo. La neve abbraccia il sangue. L’amore resta nella terra addormentata”. È la mia parte preferita, perché non è un finale scontato.Credo che tutti si siano immaginati il lieto fine, la solita storia d’amore banale con il finale “e vissero per sempre felici e contenti”: questo è un epilogo che, appena svelato, lascia l’amaro in bocca, che ti permette di ragionare, di capire quanta disperazione c’era sia da parte degli Ebrei che di alcuni ufficiali e di chiedersi se il gesto che ha compiuto Franz nei confronti di Sarah sia un atto di vero amore. Gli autori del romanzo hanno utilizzato un linguaggio semplice, ma in realtà ogni pagina nella sua semplicità, nasconde dei momenti lirici che inducono a guardare oltre le parole, per cui consiglierei questo libro ai ragazzi.

Chiara Pinca III A scuola media “Lorenzini”


Sarah vive con la sua famiglia a Berlino, quando il padre Jacob viene a sapere della “città regalata da Hitler agli ebrei” (così la dipinge la propaganda nazista) vi si vuole trasferire, pensando che sia un luogo bellissimo; ma a Terezìn riceve un’amara delusione: la famiglia viene divisa e costretta a lavorare in pessime condizioni, internata in un campo di concentramento tedesco. Qui Sarah conosce e diviene amica di Helga. Le due ragazze si sostengono a vicenda e condividono quel poco che hanno da mangiare, anche quando una delle due riceve qualcosa in più dell’altra. Sarah lavora
come ordennanz, cioè consegna le lettere a chi deve partire per Auschwitz. Inizialmente ne ignora il contenuto: se ne accorgerà in seguito, vedendo le persone preoccupate al suo arrivo con i dispacci. A Terezìn il Consiglio Ebraico fa quello che può per migliorare le condizioni di vita degli internati, ma ciò non deve indurci a pensare che la città fosse davvero governata dagli ebrei, infatti il consiglio fa esclusivamente quello che ordina la Gestapo, come stilare le liste di chi deve “partire
con i treni per l’Est”, stipati come bestiame nei carri. L’ordine di partire arriverà anche per i genitori di Sarah.
Nella scuola, i bambini ebrei studiano con i loro maestri e, all’arrivo delle SS nascondono i libri fingendo di cantare e disegnare, perché solo questo è consentito loro dai tedeschi (dal momento che “l’istruzione fa nascere idee proibite”).
Franz, una SS del campo, si innamora a prima vista di Sarah. Egli un giorno, mentre la ragazzina ebrea è in fila per mangiare, la prende con sé per condurla alla mensa degli ufficiali, dove le offre del “vero cibo”: non quella brodaglia, che distribuiscono alla mensa comune. I due iniziano a frequentarsi di nascosto, sempre con il timore di essere scoperti. Una SS invidiosa, Kurt, si accorge della loro relazione e stuzzica Franz, divertendosi a vedere come reagisce alle sue provocazioni.
Sarah ha bisogno di confidarsi con qualcuno: racconta di Franz ad Helga. L’amica, però, non la comprende, la considera una traditrice e da quel momento la ignora: non le siede vicino durante le lezioni e non le rivolge più la parola.
A Terezìn, le giornate si fanno sempre più dure fino a quando si diffonde la voce di una visita ispettiva della Croce Rossa Internazionale, perché la Danimarca vuole conoscere la sorte dei ”suoi” ebrei.
Nel campo c’è gran fermento: i tedeschi devono allestire, in poco tempo, una città ospitale e far sembrare i suoi inquilini benestanti signori.
Per l’occasione sono distribuite parti da recitare a tutti gli abitanti, che hanno l’obbligo di apparire felici; gli “impresentabili”, avendo esaurito tutta la loro forza vitale, più simili a larve che a uomini, non riescono più a sorridere, vengono quindi fatti sparire mediante deportazione. Gli internati che avessero contravvenuto agli ordini loro impartiti dalle SS, insospettendo gli ispettori riguardo alle reali condizioni di vita nel campo, sarebbero stati severamente puniti.
Tra gli impresentabili c’è anche Helga, che è malata: le due ragazze hanno il tempo di riavvicinarsi e di abbracciarsi per un’ultima volta prima della loro separazione definitiva. Il giorno dell’ispezione gli ebrei sono “liberi”, devono fingere che la loro vita sia normale: ammirano le vetrine piene di vestiti (gli stessi indumenti che hanno visto sottrarsi all’arrivo), i bambini si divertono nei parchi (trovano ancora la forza di giocare in quell’inferno), mangiano del buon cibo (non i soliti scarti), camminano su strade pulite.
I soldati tedeschi distribuiscono ai bambini ebrei della cioccolata che, terminata la visita, dovranno restituire; solo alcuni hanno il permesso di mangiarla per rendere il tutto più credibile.
La farsa riesce, i delegati della Croce Rossa non si accorgono di nulla: i tedeschi possono festeggiare, perché i detenuti, ben ammaestrati, hanno recitato alla perfezione la loro parte.
La vita torna come prima, ma Franz è profondamente cambiato: non ha approvato l’ignobile farsa del lagerkommandant, ha preso finalmente coscienza dell’orrore che lo circonda, capisce la sofferenza di quell’umanità annientata nello spirito e nel corpo; per la prima volta ha vergogna di sé stesso, della divisa che indossa e della sua razza, che lo ha cresciuto nell’odio. Quando lui e Sarah sono sorpresi insieme da Thomas, inviato da Kurt, che lo sospetta di frequentare un’internata, il giovane sa che saranno puniti, nel migliore dei casi, con l’impiccagione. Deve prendere subito una decisione estrema; va alla ricerca di Sarah, la trova che si accinge a mettersi in coda per la zuppa e la prende tra le braccia l’ultima volta. La ragazza, che ha capito che il loro amore è senza speranza, lascia che Franz le tolga la vita e che poi sopprima la propria con un colpo di pistola. Gli ebrei all’ingresso nel campo vengono spogliati di tutti i loro averi, ma soprattutto privati della loro dignità di esseri umani, perché costretti a lavorare in condizioni disumane, a patire il freddo, la fame, mentre le cimici li mangiano vivi. Sottoposti ad una disciplina ferrea, che li trasforma in automi, sono flagellati dalle malattie e quando diventano inutili vengono gettati via come cose inservibili.
Questa è la sorte cui nessuno sfugge nel campo dove non c’è posto per la pietà in nome di una presunta superiorità razziale.
III B scuola media “Lorenzini”

Nicolò Lorenzetti e Fiammetta Carlotta Ciattaglia, della III A della scuola media “Lorenzini”, sono stati i vincitori, nella sezione “recensione” del concorso sulla letteratura della Shoa “Accendi la memoria”, giunto alla quarta edizione e promosso dal liceo classico “V. Emanuele II” di Jesi.

I testi degli studenti sono sul libro “Cuori d’ombra”, di Silvia Roncaglia e Antonio Ferrara, edito da Salani.

Sabato 9 aprile Silvia Roncaglia è a Jesi per la Festa del Libro per Ragazzi – II edizione

 

Arriva la II edizione della Festa del Libro per Ragazzi – dal 9 al 17 aprile a Jesi

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“Immaginiamo una piazza piena di libri: libri grandi, piccoli, colorati, pieni di parole.

Libri da guardare, da leggere, da assaggiare!

Libri antichi e libri nuovi, che fanno ridere o piangere, che aprono porte sul mondo attorno a noi o su mondi lontani lontani.”

 

Abbiamo presentato così, un anno fa, la prima edizione della “Festa del Libro per Ragazzi” a Jesi e pensiamo che il più bel risultato ottenuto sia stato quello di aver avuto centinaia di bambini, insieme alle loro famiglie, a leggere libri e raccontare storie sui coloratissimi ‘tappeti volanti’ che hanno riempito il cuore della città l’ultimo giorno della manifestazione. E poi gli incontri con gli autori, con gli esperti, le mostre ed i laboratori che hanno portato più di 1500 persone ad incontrare un mondo bello ed importante, quello del libro per bambini e ragazzi.

Lo spirito della festa era ed è quello di essere strumento per gli adulti, consentendo agli insegnanti, educatori e a tutti coloro che si occupano con professionalità della crescita dei bambini di acquisire nuove competenze; di essere occasione di conoscenza per i genitori, proponendo loro nuove occasioni di relazione con i propri figli; di essere finestra sul mondo per i bambini, per i ragazzi, invitandoli a fare e giocare liberi verso il futuro.

La seconda edizione della “Festa del Libro per Ragazzi” intende perseguire gli obiettivi già raggiunti, ampliare e approfondire le tematiche più rilevanti, coinvolgere un numero maggiore di bambini, ragazzi ed adulti, offrire alla città tutta motivi di riflessione e crescita. Per questo, alcuni importanti percorsi che condurranno alla prossima edizione sono già iniziati diversi mesi fa, così come le collaborazioni con le Istituzioni e con gli Enti che in città si occupano dell’educazione e della crescita dei bambini.

I percorsi di educazione alla lettura nelle Scuole Primarie, nelle Scuole Secondarie di Primo e di Secondo Grado hanno coinvolto centinaia di bambini e ragazzi della città che diventeranno protagonisti attivi della manifestazione.

La “Festa del Libro per Ragazzi” è la festa dei bambini e dei ragazzi e di tutte le numerose realtà che partecipano a vario titolo rendendo possibile la sua realizzazione grazie all’impegno di molte persone che prestano la loro professionalità nel prendersi cura dei bambini, dei ragazzi e del territorio in cui viviamo.

La strada di Achille

QUANTA STRADA FA UN LIBRO

Quando compriamo un prodotto, non sempre siamo abituati a pensare a chi quel prodotto lo ha ideato e realizzato. Ci ritroviamo in mano un oggetto, un cibo, un abito, senza sapere quasi nulla delle sue origini, come se fosse stato generato dallo scaffale del supermercato o del negozio.
La strada che porta un libro in libreria è invece lunga e avventurosa, è un’impresa compiuta da personalità varie e diverse, che possono tutte ugualmente influire sulla buona o sulla pessima riuscita del prodotto finale.
Pensando alle figure che stanno dietro a un libro, per prima cosa viene in mente l’autore, lo scrittore, il poeta, dalla cui testa nasce l’idea. Però, abbandonato a se stesso, lo scrittore spesso non avrebbe altro che un numero più o meno consistente di pagine scritte, di qualità variabile, dalla struttura non sempre definita. Niente a che vedere con i volumi dalle copertine sgargianti che riempiono le librerie.
Normalmente l’autore ha bisogno di una casa editrice (oggi sta prendendo piede anche il fenomeno dell’auto-pubblicazione, ma questa è un’altra storia), un’impresa che investa del denaro nel progetto in vista di un ritorno economico. Ogni editore ha, o dovrebbe avere, un piano editoriale chiaro e identificabile, che lo porta a scegliere e selezionare le opere che andranno a comporre il catalogo, allo scopo di differenziarsi, distinguersi dagli altri. È questo il ruolo fondamentale dell’editore: oltre a impostare la cosiddetta “linea editoriale”, deve operare scelte attente e oculate sugli autori e sulle opere, con un occhio al bilancio ovviamente, perché la casa editrice è pur sempre un’azienda, ma senza tralasciare altri aspetti, come il valore intrinseco del testo, i suoi tratti di innovazione e modernità.
Nel passaggio successivo entrano in scena le persone probabilmente più misteriose dell’intero processo di produzione di un libro: gli editor.
Un editor è come un genitore adottivo che affianca il genitore naturale (l’autore che ha partorito la storia) nella cura del “bambino”, contribuisce a farlo crescere, lo indirizza in un senso o nell’altro, ne sviluppa il linguaggio e la capacità di relazionarsi con il mondo esterno, collaborando con l’autore per dare al pargolo la forma definitiva con cui affronterà il mercato editoriale. Attento conoscitore della produzione editoriale, capace di prevedere e interpretare i gusti dei lettori, l’editor spesso interviene anche a monte del processo, dando la caccia a opere non ancora pubblicate, opere prime o testi di autori stranieri.
Proprio su questi ultimi interviene un’altra figura, per decenni totalmente ignorata dal grande pubblico, ma di cui si parla sempre più spesso: il traduttore. Grazie a lui, un libro scritto in una lingua straniera viene trasposto in un’altra per raggiungere un pubblico ancora più vasto. Senza i traduttori, ottimi libri semplicemente non esisterebbero in lingue diverse da quelle in cui sono stati scritti originariamente e la cultura mondiale sarebbe più povera.
Oggi sappiamo che in Italia si legge poco e si pubblica tanto, che si pubblica tanto dalle lingue straniere, inglese in testa, anche se si sono aperti altri filoni e altre nicchie (la letteratura dei paesi scandinavi, ad esempio), che si pubblicano libri che non sono destinati a durare, bruciati nel tempo di una ristampa, che le case editrici indipendenti lottano strenuamente per contrastare il predominio dei grandi gruppi, che l’editoria per bambini ha numeri in costante crescita.
Tutti questi temi, oltre alle specificità delle professioni che ruotano intorno al libro e alle peculiarità dell’attuale mercato editoriale, saranno al centro del workshop Mestieri del Libro che stiamo per inaugurare e che ci darà l’opportunità di confrontarci con figure di spicco del panorama editoriale.

Il workshop si terrà nella nostra sede a Corte Bettini, via XV settembre 16, Jesi sempre di venerdì dalle 17 alle 20. Costo complessivo: € 20,00. Iscrizioni c/o Libreria dei Ragazzi, via Pergolesi 14, Jesi.

Per conoscere i professionisti che interverranno:

I incontro, 26 febbraio: editor Beatrice Masini *

II incontro, 11 marzo: traduttore Bruno Berni

III incontro, 25 marzo: editore Massimo De Nardo

* Beatrice Masini, editor e scrittrice di numerosi libri per ragazzi, pubblicati anche all’estero, ma anche di romanzi per adulti, come Tentativi di botanica degli affetti, Bompiani, sarà a Jesi anche sabato 27 febbraio per aprire la rassegna Libri che aiutano a Teatro Moriconi, in piazza Federico II, alle 17.30 in qualità di scrittrice dei libri per ragazzi della collana Ho bisogno di una storia della casa editrice Carthusia.

Programma completo di Lib(e)ri per la città

Presto online il programma della II edizione della Festa del Libro per Ragazzi dal 9 al 17 aprile 2016 a Jesi.

 

Cristiana Latini

La strada di Achille

 

 

 

Le parole, la carta millimetrata per riprodurre la realtà

Il 4 febbraio è arrivato in città lo scrittore palermitano, Giorgio Vasta, autore tra gli altri de “Il tempo materiale”. Classe 1970, vestito in blu con abiti comodi e pronto a dedicarsi al pubblico jesino del teatro Moriconi, si è presentato a noi con una calorosa stretta di mano. A colpo d’occhio ci è sembrato una persona semplice, umile e nonostante sia un autore con esperienza, dai suoi atteggiamenti sembrava trasparire un filo di nervosismo e agitazione. Già dalle sue prime parole capiamo che ogni libro ruota intorno ai vocaboli, al linguaggio…ma che cos’è il linguaggio per Giorgio Vasta?

«E’ la tecnologia più raffinata che l’uomo sia stato in grado di creare nel tempo per costruire relazioni con gli altri. Una specie di carta millimetrata per riprodurne la realtà».

Persona curiosa ed intrigante, l’autore trova ispirazione in qualsiasi cosa, conversazioni telefoniche e messaggi altrui, per esempio.

«Non mi interessa tanto il contenuto, non voglio farmi gli affari degli altri, ma mi affascina capire in che modo vengano utilizzate le parole e l’ortografia. Ascoltare le telefonate, interpretare le pause, gli impliciti, dare voce alle cose non dette, è prendere spunto per creare qualcosa».

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Per Vasta la lingua è importante tanto quanto il sangue che ci tiene in vita, anche se non sarà mai in grado di dare forma a quello che siamo. Al mondo esistono un’infinità di parole, qual è la sua preferita?

«”Scegliere” – risponde – forse perché la considero una cosa complicata. Anche la coppia” presenza-sparizione” mi induce a riflettere. Non credo siano vocaboli antitetici, al contrario l’uno ha la capacità di far nascere l’altro».

Quanto incide il dialetto in uno scrittore originario della Sicilia?

Non troppo per Vasta, che ha vissuto la giovinezza fuori dal centro di Palermo, cuore pulsante del dialetto. La sua famiglia, infatti, risiedeva in un quartiere periferico anni Sessanta, simile a tanti altri dell’epoca in Italia. Racconta che, sui campi di calcio, da ragazzino, ha sempre preferito, nei diverbi sportivi, creare lunghi discorsi per difendersi dagli insulti verbali e coloriti degli avversari.

«Ho sempre fatto il giro lungo, oltre la parolaccia o l’espressione locale, scoprendo il fascino della sintassi, un posto dal quale non si può più uscire».

 

Letizia Barchiesi, Benedetta Pigliapoco, Lavinia Liuti – disegno di Benedetta Pigliapoco

Gruppo Lettura Giovani – La strada di Achille